Gesia Live

Cristo è Risorto!

Cari fratelli e sorelle della Koinonia Giovanni Battista Corte Gesia,

se state leggendo questo post, significa che finalmente abbiamo una semplice soluzione per le nostre trasmissioni in diretta streaming.

Con gioia e soddisfazione vi presento questa pagina.

MEMORIZZATE IL LINK.

Ogni qual volta trasmetteremo, QUI, IN QUESTA PAGINA, andremo in diretta streaming

e poi le registrazioni rimarranno pubblicate cosicché ci sarà la possibilità di rivedere tutto l’evento o parte di esso.

Non occorre installare nessuna applicazione e registrare nessun account,

semplicemente cliccare sul link.

I video (in diretta o registrati) si possono riprodurre a tutto schermo sia da computer che da smartphone.

Spero che questa sia una soluzione alla portata di tutti.

Arri-video-vederci a presto.

Vostro Daniele.

 

 

Giuseppe, cuore di padre

«…gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” … Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.»

(Mt 1,20-25)

 

“Giuseppe, cuore di padre” (tratto dalla lettera apostolica “Patris corde” di Papa Francesco, che consiglio a tutti vivamente di leggere, meditare e lasciarsi motivare).

 

Giuseppe di Nazareth, il padre putativo di Gesù, è una figura eroica che ha fatto della sua vita un costante servizio al mistero dell’incarnazione e della redenzione. È un modello per quanti vogliono donarsi per aiutare gli altri. Giuseppe aveva i suoi sogni, i suoi desideri, il suo lavoro ed il suo progetto di vita assieme a Maria. Ma Dio è intervenuto sconvolgendo i suoi piani, il resto è storia, anzi Storia di Salvezza. Ma ci sono degli aspetti, delle caratteristiche di Giuseppe che vale la pena di evidenziare; quattro in particolare:

  1. Giuseppe è padre nell’incomprensione. Non comprende cosa stia succedendo; Dio in sogno tramite l’Angelo, gli parla. All’incomprensione reagisce con docilità, supera il suo dramma, salva Maria e assume la paternità legale di Gesù;
  2. Giuseppe è padre nella debolezza. Sa di essere insufficiente, timoroso, pauroso per reggere alla pressione di dover proteggere il “Figlio di Dio”. Alla debolezza risponde con l’accoglienza di se stesso e di qualcuno di più grande di lui che lo guida;
  3. Giuseppe è padre nella delusione. È deluso dai progetti andati in fumo, ma sa di trovarsi di fronte ad un altro progetto che non ha né scelto, né voluto. Alla delusione risponde facendo spazio a quanto accade e prendendosene la responsabilità;
  4. Giuseppe è padre nella difficoltà. Si è incamminato su una via che lo supera, lo sovrasta, lo mette in difficoltà. Risponde con creatività, scoprendo in sé risorse che nemmeno pensava di possedere e trova il modo di prendersi cura dell’inizio di una nuova epoca.

 

Giuseppe è un padre docile, accogliente, responsabile e creativo; insomma è un padre coraggioso, che dimostra di avere un cuore forte; certo sorretto dalla Grazia Divina, ma mettendo tutto se stesso senza mai risparmiarsi.

Ecco perché Giuseppe è un eroe, l’eroe del Natale, l’eroe che ha permesso il Natale. Giuseppe cuore di padre.

Buon Natale»

L’alleanza di Pace

Dopo due mesi di lock-down, la Koinonia è Koinonia più di prima

Il 23 febbraio scorso è stata l’ultima giornata di Koinonia vissuta insieme; la sera dello stesso giorno, la provincia di Venezia (con Padova e Treviso) è stata decretata “zona rossa” rispetto l’epidemia (dichiarata poi pandemia) da coronavirus. Di lì a poco è iniziato il tempo di lock-down.

Sabato prossimo 23 maggio, dopo tre mesi, ci ritroveremo per una preghiera comunitaria nel rispetto di tutte le direttive del DPCM. In tre mesi ho “visto” (virtualmente), il mondo della Koinonia Giovanni Battista con una volontà determinata ad essere comunità nonostante tutto: dirette streaming, dirette podcast, video, audio, videoconferenze sono stati i mezzi che ci hanno permesso di “restare uniti insieme”. Nella nostra Koinonia locale della Corte Gesia, abbiamo investito nelle videoconferenze: CdP via WhatsApp e Skype e i video incontri Gesia-Skype (e Meet). Le testimonianze condivise sono molto edificanti e commoventi. Di questo ringrazio con tutto il cuore la mia bella Koinonia locale: siamo piccoli, siamo poveri ma, tutto sommato, siamo buoni e vogliamo stare insieme vivendo Gesù, il Cristo risorto in mezzo a noi. Come qualcuno ha testimoniato: questi tre mesi ci hanno fatto capire ancor più che cosa sia la Koinonia per noi. È vero, la conoscenza di un cuore onesto matura sia quando il bene lo possiede, sia quando ne è allontanato.

Di incontri Gesia-Skype ne abbiamo fatti 18, pregando e condividendo insieme. L’ultima parola proclamata è stata tratta dal libro di Ezechiele:

Farò con loro un’alleanza di pace; sarà un’alleanza eterna con loro. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre.  In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre.” (Ez 37,26-28)

Crediamo che la Parola di Dio, oltre al valore storico, profetico, soteriologico, teologico ne ha anche uno esperienziale: la Parola è per me, è per noi, oggi. La Parola è quindi la promessa di Dio. In questo contesto facciamo nostra la promessa dell’Alleanza di pace, della Shalom (*) che il Signore Gesù fa con noi anche oggi e per il prossimo futuro.

Mai smetteremo di essere una Koinonia Giovanni Battista.

Grazie a tutti per il bene fattoci in questo tempo. Ora ritroviamoci.

     

(*) La parola “shalom” è il traslitterato dall’ebraico “םולש” che comunemente è tradotta con la parola “pace”. In realtà “shalom” ha un significato molto più profondo di quello contenuto in “pace” che letteralmente significa “fissare un patto”. “Pace” esprime qualcosa di stabilito, di fissato per il bene o per lo meno per il rispetto reciproco. “Shalom” invece richiama la relazione tra Dio e l’uomo, una relazione fatta di parola e risposta. Dio che ama l’uomo e vuole dargli il meglio e l’uomo che risponde accogliendolo. “Shalom” esprime quindi un dinamismo, un dialogo che l’uomo ha con Dio verso la sua felicità, sicurezza, realizzazione, pienezza, perfezione, comunione in se stesso e con gli altri. Conseguentemente “shalom” esprime la prosperità che Dio vuole per il suo popolo.

Preoccupati …per il meglio

La persona umana ha un valore assoluto, non contingente.

La vita umana ha valore in sé, non ha valore in base alle circostanze.

“Pesare” la vita umana rispetto la convenienza o meno è calpestarne la dignità.

Altro discorso invece è il merito o la pena, che dipendo da come la vita viene vissuta.

Abbiamo accolto e stiamo accogliendo mamme con figli, uno, due ed anche tre, donne vittime di violenza domestica o di tratta. Quasi sempre la situazione di sofferenza è fortemente radicata nella persona da vivere il degrado umano, dal degrado alla miseria, che prima di essere esteriore è interiore; nella miseria avviene poi il degrado morale. Si vive come in una notte interminabile. Di conseguenza il cuore si indurisce; è una forma di difesa che col tempo, a volte, diviene un alibi per non cambiare. In questo contesto la persona umana sembra come perdere il suo valore assoluto, ridimensionandosi ad uno relativo: il valore della vita dipende dalle circostanze, dalle colpe, dal peso che può portare. Ma non è così, la nostra esperienza di fede, di un Dio-Amore, Creatore benevolo, previdente e provvidente, ci fa scoprire, credete, sostenere che la vita ha un valore assoluto: c’è sempre la possibilità di amare la vita di un bene onesto, di amarla per quello che è, non perché mi soddisfa o mi è utile.

Quando accogli una donna sventurata e malmessa, in poco tempo ti affezioni, scopri il bisogno di amore che reclama dalla sua angoscia; la notte deve finire e lasciare posto al giorno, alla luce. Se poi con lei ci sono anche i bambini, i quali, nell’arco di qualche settimana, prendono l’iniziativa di bussare alla tua porta solo per entrare e guardare, solo per sentirsi accolti, ti rendi conto che la vita cerca continuamente il bene. La richiesta di amore e la ricerca del bene, continua ed inesorabile, è un cenno del valore assoluto che la persona è, la quale ambisce al meglio. Per noi è Dio stesso, è Gesù Salvatore nostro; è la Comunità che a Lui veicola.

Allora ti preoccupi, sì ti preoccupi perché davanti a te ci sono persone che elemosinano una nuova possibilità di bene, supplicano per una nuova prospettiva di vita.

Sì, accogliendo le persone, siamo preoccupati, preoccupati che possano avere il meglio, il meglio di quello che possiamo dare loro, il meglio che si può trarre dalle loro situazioni dolorose, il meglio che si può organizzare per il loro futuro.

La persona umana ha un valore assoluto, incontrandola non si può non essere preoccupati che dalla notte in cui si trova quando è accolta, sorga la speranza per un nuovo giorno. Preoccupati …per il suo meglio.

 

Grazie di Grazia

“[Siamo benedetti, scelti, predestinati ad un disegno d’amore] a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato” (Ef 1,6)

Il tesoro nel campo (articolo precedente) è la metafora del disegno d’amore di Dio, della Sua iniziativa verso di noi, dove splende la Sua Grazia con la quale siamo gratificati in Gesù.
La Grazia di Dio è la Luce soprannaturale che ci fa “vedere” Dio nel suo progetto d’amore.
La Grazia è dono, non è una nostra conquista. Per Grazia scopriamo il tesoro e investiamo sul campo, ovvero, incontriamo Gesù e diventiamo comunità.La Grazia ci raggiunge in due modi: direttamente e mediatamente.

  • Direttamente. Dio si rivela al nostro intimo, Gesù tocca il nostro cuore.
  • Mediatamente. Incontriamo Gesù perché qualcuno ci è vicino, ci accompagna, si dedica a noi.

Dall’incontro con Gesù sorge la gratificazione e, di conseguenza, la gratitudine.

  • La gratificazione è la gioia, la fruizione della Grazia.
  • La gratitudine è il riconoscimento, la testimonianza della Grazia.

La Grazia arriva in noi in questi due modi, in entrambi, complementari per la visione e investimento nel progetto d’amore di Dio. Di conseguenza siamo gratificati in Gesù.

Dire grazie per la Grazia direttamente ricevuta è doveroso verso Dio, perché ci aiuta a rimanere in relazione con Lui. Gesù, grazie di Grazia.

Dire grazie per la Grazia mediatamente ricevuta è doveroso verso il fratello, perché ci aiuta a rimanere in relazione con lui e ad incoraggiarlo e motivarlo a perseverare nel suo servizio-ministero. Amico, grazie di Grazia.

Dalla Grazia-iniziativa, alla gratificazione-gioia, alla gratitudine-risposta.

Motivato da C., una sorella di comunità, una persona a me molto cara, sottolineo la gratitudine verso il fratello.

Qualcuno mi ha accompagnato fino a Gesù, mi è stato vicino nei primi tempi, mi ha aiutato a vincere le prime difficoltà, mi ha insegnato a pregare, ha pregato per me, mi ha aiutato a crescere, mi ha formato, mi ha ascoltato, mi ha consigliato, mi ha aiutato nelle difficoltà, mi ha dato nel bisogno, mi ha aiutato nelle mie conquiste personali e comunitarie.

Anche oggi qualcuno mi è vicino, mi ascolta, mi aiuta, mi sostiene, prega per me e con me, si occupa della Casa di Preghiera, dell’Agapito, della Koinonia, si prende cura delle strutture comunitarie di cui beneficio, organizza la vita comunitaria di cui sono partecipe; insomma mi mette in condizione di poter vivere la comunità, il campo dove si trova il tesoro che ho incontrato: Gesù.

Quante volte l’ho ringraziato? Hai ragione cara C. quante volte la Grazia è giunta a me attraverso la mediazione di un fratello, che molto spesso lavora dietro le quinte e il cui lavoro magari poco si nota?

Se acquisisco uno stile di vita nella Grazia, quindi nella gratificazione, quindi nella gratitudine, sarò io stesso un mediatore di Grazia e la vivrò e l’apprezzerò sempre di più.

Se invece pecco nella gratitudine, difficilmente potrò essere un mediatore di Grazia; se pecco di gratitudine, prima o poi, la Grazia si ritira perché non sarò più capace di apprezzarla.

Siamo graziati da Gesù (direttamente) e in Gesù (mediatamente).

Perciò, Gesù e comunità “grazie di Grazia”.

(nella Koinonia Giovanni Battista Corte Gesia sei il benvenuto)

Il tesoro nel campo

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.” (Mt 13,44)

 

La parabola del tesoro nel campo è quella che più mi affascina.

Gesù predica e racconta, predica nuovi insegnamenti e racconta nuove parabole, è sempre e comunque nuovo e sempre arriva al cuore della persona.

Nell’insegnamento, il linguaggio punta soprattutto all’intelligenza e si conosce.

Nella parabola, il linguaggio punta soprattutto all’immaginazione e si sperimenta.

Con la parabola si richiamano realtà facilmente immaginabili nelle quali ci si immedesima immediatamente.

Ecco la parabola del tesoro nel campo: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.” (Mt 13,44).

Un uomo, come posso essere io e come puoi essere tu: uno di noi.

Questi trova un tesoro, è Gesù, il Regno dei Cieli; ora non importa come l’uomo abbia trovato il tesoro, se qualcuno lo ha condotto o l’ha mandato, se lo ha ricercato volontariamente dopo la scoperta di qualche testimonianza. Il punto è che lo ha trovato! E lo ha trovato nel campo. Gesù non è mai staccato dal suo campo “corpo-mistico” che è la comunità. Per quanto l’incontro con Gesù sia personale, Gesù è nella comunità, anche modesta come la nostra “Corte Gesia”, “nascosto” in essa.

Al ritrovamento del tesoro nel campo ecco le 4 gesta dell’uomo, i 4 cambi che avvengono in lui:

  1. Lo nasconde. Il tesoro-Gesù ce l’ha nel cuore e nella mente, l’ha trovato. È il cambio interiore.
  2. Va, pieno di gioia. La gioia del tesoro si vede, gli atteggiamenti cambiano, la prospettiva di vita cambia. È il cambio esteriore.
  3. Vende tutti i suoi averi. Quanto prima possedeva, cambia di valore e tutto viene orientato nella prospettiva del tesoro. È il cambio delle abitudini.
  4. Compra quel campo. Non si compra il tesoro, forse non è nemmeno comprabile o vendibile, come qualcuno ha anche pensato. Si investe sul campo-comunità. È il cambio di vita.

Incontrare Gesù è talmente bello e sconvolgente che niente rimane come prima ma tutto entra in un processo, uno sviluppo, una continua conversione. Si cambia interiormente, esteriormente, cambiano le abitudini, fino a che cambia tutta la vita e ci si trova a vivere tra amici. Le difficoltà si superano perché nel campo c’è il tesoro.

Viviamo un tempo storicamente da fantascienza (pandemia da coronavirus) ed abbiamo l’opportunità di riflettere sul nostro tesoro-campo. Qual è il mio tesoro? Il mio campo?

Se Gesù è il mio tesoro, che cambiamento ha portato in me, a quale di questi 4 cambi posso essere giunto? Vale la pena arrivare fino in fondo, al cambio di vita.

Se Gesù non è il mio tesoro, può comunque esserlo, qualcuno che mi ci conduca o che me lo testimoni sicuramente c’è. Sono disponibile?

La parabola del tesoro nel campo è la mia preferita perché è quella che più immediatamente e semplicemente mi dice che nella realtà della vita “uomo-tesoro-campo” è una unità: io col mio tesoro-Gesù nel mio campo-comunità.

 

(nella Koinonia Giovanni Battista Corte Gesia sei il benvenuto)

 

Accoglienza, accompagnamento… un’occasione

H. Arriva da noi col volto ancora tumefatto; lo sguardo intimorito e gli occhi puntati a terra cercano un angolo dove sentirsi meno in imbarazzo; dalla bocca socchiusa un grido silenzioso di un dolore risulta assordante anche se povero di decibel.

La donna viene così accolta, sola o con la giovane prole portata con sé. Non è una principessa, nemmeno una delinquente. Avrebbe voluto una vita diversa, invece qualcosa o troppo non è andato come avrebbe dovuto ed eccola in Gesia, in questo luogo fuori dal mondo, insieme ad un paio di famiglie, le quali nella Corte ci abitano per un progetto comunitario al quale hanno creduto.

Nei giorni successivi si cerca di comprendere cosa sia successo, come sono andate realmente le cose, emergono le necessità più impellenti. L’assistente sociale, piuttosto che la psicologa, piuttosto che l’avvocato, oppure le forze dell’ordine, o un giudice, o ancora un magistrato intervengono, ascoltano, organizzano, risolvono. Insomma si fa tutto quello che, in circostanze come queste, deve essere fatto.

Il caso di H. deve essere affrontato il più professionalmente e accuratamente possibile per trovare al più presto la migliore soluzione, se di migliore in questo dramma si può parlare. Ma non c’è solo il caso messo oramai agli atti e ad esso associata una procedura da sviluppare; c’è H., la persona, che con le sue ragioni ed i suoi torti è lì ferita forse più nell’intimo che nel corpo, scossa forse più nell’animo che non dalla sua casa, disorientata forse più nella sua coscienza che non dal luogo dove ora si trova.

È qui che la nostra accoglienza si sforza di diventare accompagnamento; non importa se si tratta di una settimana, di un mese, di un anno. Quando il caso sarà chiuso, la persona non sarà più la stessa; già non lo è più, ma la vita esige in se stessa di continuare. La nostra mano è tesa perché, al di là dei nostri meriti o limiti, qualcuno, amandoci, ci ha teso la sua: genitori, fratelli, amici, la comunità, Gesù stesso. Se nella vita hai avuto un’occasione di stringere una mano tesa e di conseguenza sperimentare che la vita può divenire migliore, allora puoi (e devi) tendere la tua per offrire un’occasione a chi ne ha bisogno.

La speranza è che H., accolta e accompagnata, trovi una nuova occasione di una vita migliore.

Di questo voi siete testimoni

Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,48).

Apostoli e discepoli sono in casa per paura delle conseguenze che ci possono essere dopo la morte-esecuzione-crocifissione di Gesù. Non si tratta del coronavirus, ma ugualmente sono in un domicilio forzato a causa delle circostanze. In questo un po’ ci assomigliamo.

Gesù risorto non li chiama fuori, ma entra da loro, sta con loro, toglie loro i dubbi, mostra loro i segni della passione, mangia con loro, racconta loro che le scritture con la sua morte e risurrezione si sono realizzate e che di tutto questo loro sono testimoni, nonostante la loro paura.

L’episodio si conclude con Gesù che li esorta a rimane in città, in casa, finché non saranno rivestiti di potenza dall’alto cioè finché non riceveranno lo Spirito Santo (cf Lc 24,36-49).

Volendo ricercare l’assomiglianza con la nostra situazione contingente di dover rimanere chiusi in casa per l’emergenza sanitaria, comprendo che Gesù sta facendo lo stesso con noi: entra nelle nostre case, sta con noi, ci racconta le scritture, ci ricorda le promesse della bibbia e ci conferma nell’essere suoi testimoni per averlo incontrato quale Cristo risorto!

È un’opportunità di questo tempo: riscoprire la nostra casa come chiesa domestica: attraverso le iniziative social della Koinonia Giovanni Battista, Gesù entra e sta con noi e… ci conferma testimoni. Certo non si può prescindere dal ritrovarci come popolo e preghiamo e speriamo che i nostri incontri riprendano quanto prima, magari con le attenzioni necessarie, ma in questo tempo impariamo ad accogliere la distanza che ci avvicina e ci ricorda che della resurrezione di Gesù noi siamo testimoni.

Lo Spirito Santo ci darà la potenza dall’alto.

 

(nella Koinonia Giovanni Battista Corte Gesia sei il benvenuto)

 

Gesia-Skype

“…perché vi meravigliate di questo…?” (cfr At 3,12)

Pietro, nel nome di Gesù il Nazareno, guarisce uno storpio fin dalla nascita. La gente rimane stupita (lo sarei stato anch’io) e l’apostolo nel suo discorso di risposta afferma: “…perché vi meravigliate di questo…?”, insomma è Gesù che opera; Cristo è risorto ed opera prodigi in mezzo a noi, perché vi meravigliate? Questo dovrebbe essere la normalità.

Gesù non estirpa il male dal mondo, non toglie la zizzania dal campo (p.e. il coronavirus); questo è il problema dei problemi che da sempre coglie l’uomo: se Dio… perché il male?

Vi lascio scartabellare nella straordinariamente millenaria ricchissima bibliografia per trovare una risposta soddisfacente.

Una cosa è certa: il male c’è e con esso tutto il dolore che ne consegue; il male c’è ma nel male Gesù ancora oggi compie prodigi perché continua a rivelarsi nel cuore dell’uomo ed aprirgli la mente e il cuore all’orizzonte senza fine dell’Amore di Dio e del suo Regno Eterno.

In queste poche e povere righe desidero semplicemente condividere un fatto che mi edifica molto: in questo tempo di domicilio forzato, di sospensione di tutti i nostri incontri comunitari, ho VISTO la nostra Koinonia Giovanni Battista a voler continuare a stare unita per pregare e per condividere INSIEME attraverso i social network (vedi l’articolo precedente).

Nel nostro piccolo, come Corte Gesia, quasi tutte le nostre Case di Preghiera (CdP) si sono organizzate in videoconferenza attraverso Skype o WhatsApp con 4 o più connessioni simultanee; lo stesso dicasi per i nostri incontri assembleari in videoconferenza Skype con mediamente 20-25 connessioni simultanee.

Abbiamo un piccolo popolo che vuole stare unito, pregare e condividere.

Questo mi dà grande speranza e gioia. Il male c’è ma Gesù risorto è all’opera e continua a manifestarsi nel cuore dell’uomo.

Le CdP-Skype, CdP-WhatsApp e Gesia-Skype ne sono una testimonianza.

Quale gioia… quando ci ritroveremo di nuovo presso la nostra Corte Gesia.

 

Pasqua… in Galilea

“[Gesù] È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt 28,7)

Pasqua 2020 nel tempo del coronavirus, nel tempo del domicilio forzato.

Tutta questa quaresima si contraddistingue per la concomitanza delle disposizioni in base all’emergenza sanitaria, almeno inizialmente in Italia coi vari DPCM (Decreto Presidenziale del Consiglio dei Ministri), ma poi diffusosi in tutto il mondo.

La citazione riportata, tratta dal vangelo di Matteo, quest’anno mi risuona in un modo diverso dal solito: “Gesù è risorto, ma per vederlo devi andare in Galilea, là ti precede”.

Io devo rimanere in casa, ma per vedere Gesù risorto mi devo spostare in Galilea perché là mi precede. Non potendomi spostare fisicamente, mi domando se la Galilea, metaforicamente intesa, sia un luogo geografico o (almeno in questa circostanza) un luogo spirituale, interiore, esistenziale. Necessariamente devo escludere la prima interpretazione e risolvere la seconda o almeno provarci.

La Galilea (geografia) è stata la regione della vita di Gesù, soprattutto della sua vita pubblica. In Galilea Gesù ha predicato, ha compiuto segni e prodigi e ha fatto comunità: parola, segno, comunità ovvero kerigma, karisma, koinonia. La Galilea è il luogo dell’esperienza di Gesù vivo e operante. Ora Gesù risorto mi precede in Galilea e se voglio vederlo mi devo recare là.

Risolvo la questione della mia Galilea, quale luogo interiore, come il luogo della mia identità, dei miei valori, della mia dignità. Questa soluzione mi apre ad una grande gioia, se oggi non posso muovermi e devo rimanere in un domicilio forzato, anche in questa Pasqua, ho però la possibilità di entrare in me stesso, riscoprire la mia Galilea interiore, la mia identità spirituale e potermi incontrare con Gesù: ascoltando la sua parola (kerigma), nella potenza del suo Santo Spirito (karisma) e in un modo nuovo di fare comunità (koinonia).

“Signore Gesù, attirami nella mia Galilea, nell’intimo della mia coscienza dove sei vivo ed operante, voglio vederti e vivere una nuova esperienza del tuo amore, nonostante l’emergenza. Mi incammino in questa Galilea spirituale per incontrarmi con te: parola-segno-comunità, kerigma-karisma-koinonia”.

 

Mai come in questo tempo abbiamo bisogno di vivere la Pasqua, l’esperienza della risurrezione di Gesù nell’intimo della nostra Galilea.

 

Buona Pasqua.

 

(nella Koinonia Giovanni Battista Corte Gesia sei il benvenuto)